E fare le corse sulla San Donato sotto la pioggia, di notte, tornando a casa. Che nonostante l’asma e il cabernet trentino, con le luci che lampeggiano bianche davanti e rosse dietro, che ti sfido solo perché so che tu la cogli, e per sfinirmi il fiato, perché con il dito rotto e la convalescenza tirare pedalate nell’aria fredda mi manca quasi quanto l’ossigeno mentre a tastoni cerco il Ventolin nella borsa o sul comodino. E anche se tutto questo non concilia (e non lo fa), questo è il nostro modo di viverla. “Perciò siediti e parlami di Mengele, parlami degli Hovitz, parlami di Waterloo e Mogadiscio, di Oyama e San Paolo.” E adesso, stanchi di tutto, a dormire.
(e il ritmo della pioggia, come quello dei pedali, e del fiato, tengono compagnia, formano canzone, e l’acqua può esser fastidio ma non stona, acceca e riverbera allo stesso tempo i colori, foglie lucide e splendenti di autunno, tappeto del sentierino fuori dal tempo che porta a casa, come cappuccetto rosso, anche se qui i cappucci sono arancione e viola… e la temperatura cala all’istante appena entri ma corri lo stesso, quasi sbandando slealmente, allargando le curve per mantenere il vantaggio, stracciare i semafori in discesa sperando di non dover frenare all’ultimo perché i freni non frenano, e con l’acqua ovunque anche meno… ma si arriva, sì, con il fiato corto, e con il piede che nonostante tutto sta bene e si muove, e si vorrebbe andare a letto, ma si continua a correre ancora un po’, perché ormai s’è preso il ritmo, perché in fondo, semplicemente, ci piace!)