“Istituto per l’annichilimento dell’uomo. A Roma e nell’Italia intera. Filosofia spicciola dopo tre collisioni scampate nello spazio di due minuti al Gianicolo. L’animaccia vostra e della manina che chiede scusa.”
(Luca Conti, che chiude il suo blog) Anche se le collisioni scampate sono sulla San Donato. E l’animaccia vostra e della manina che chiede scusa. (Che la prossima volta ve la prendo io, quella manina.)
“Spingi su quei pedali, cazzo!”
Grazie a Daria per sogno, titolo e ispirazione.
Cesare Zavattini
“Ben presto ogni bicicletta diventa un incubo per i nazifascisti, in ogni ciclista si vede un ribelle pronto a sparare sull’occupante, a colpire i suoi servi in camicia nera; le cronache del tempo sono piene di proclami e di bandi sugli usi consentiti e su quelli vietati del popolare mezzo di locomozione; nessun fascista o tedesco, se non in gruppo, avrà mai il coraggio di fermare un uomo in bicicletta (e quando i nemici fanno gruppo sono visibili da notevole distanza per cui diventa facile agire per evitarli). Bandi e proclami rimangono senza efficacia.”
Renato Romagnoli “Italiano”, Gappista. Dodici mesi nella Settima Gap “Gianni” (Vangelista, Milano, 1974)
E fare le corse sulla San Donato sotto la pioggia, di notte, tornando a casa. Che nonostante l’asma e il cabernet trentino, con le luci che lampeggiano bianche davanti e rosse dietro, che ti sfido solo perché so che tu la cogli, e per sfinirmi il fiato, perché con il dito rotto e la convalescenza tirare pedalate nell’aria fredda mi manca quasi quanto l’ossigeno mentre a tastoni cerco il Ventolin nella borsa o sul comodino. E anche se tutto questo non concilia (e non lo fa), questo è il nostro modo di viverla. “Perciò siediti e parlami di Mengele, parlami degli Hovitz, parlami di Waterloo e Mogadiscio, di Oyama e San Paolo.” E adesso, stanchi di tutto, a dormire.
(e il ritmo della pioggia, come quello dei pedali, e del fiato, tengono compagnia, formano canzone, e l’acqua può esser fastidio ma non stona, acceca e riverbera allo stesso tempo i colori, foglie lucide e splendenti di autunno, tappeto del sentierino fuori dal tempo che porta a casa, come cappuccetto rosso, anche se qui i cappucci sono arancione e viola… e la temperatura cala all’istante appena entri ma corri lo stesso, quasi sbandando slealmente, allargando le curve per mantenere il vantaggio, stracciare i semafori in discesa sperando di non dover frenare all’ultimo perché i freni non frenano, e con l’acqua ovunque anche meno… ma si arriva, sì, con il fiato corto, e con il piede che nonostante tutto sta bene e si muove, e si vorrebbe andare a letto, ma si continua a correre ancora un po’, perché ormai s’è preso il ritmo, perché in fondo, semplicemente, ci piace!)
Milano è tutta in piano
Emilio Rigatti, Italia fuorirotta, (Ediciclo, 2007)
1. Per quanto tu sia arrivato sulla vetta di una montagna, mettiti l’anima in pace: c’è sempre ancora da scalare.
3. (Che è una sorta di corollario all’1., vista la fatica) Fotografie, in salita, non se ne fanno.
4. Se non puoi evitare le strade con i camion, fa’ in modo che i camion evitino te. Fatti vedere e, se proprio occorre, fai anche (brutti) gesti. Che in qualche modo bisogna farsi capire.
5. Segui le cartine, ma fidati anche del tuo istinto quando scegli le strade. Tanto, se hai problemi di orientamento, le cartine non ti salveranno. Se proprio va male, accorgitene in tempo (si impara).
7. (Che a ben vedere è un corollario al 6.) “Sei uscito da Tuttocittà. Queste strade non esistono!”*, ovvero: Google Maps (o il navigatore) è, sì, tuo amico, ma non lo sa. Fidati il giusto e chiedi alla gente che incontri lungo la strada, che avrà i consigli migliori.
9. Il tuo corpo è più intelligente di te: se senti fame, mangia. Al resto ci pensi dopo.
10. Serendipity non è solo una bella parola. Sbagliare strada a volte è più gratificante che percorrere quella giusta.


Primo viaggio in bici. Vaga tensione all’idea della strada, “tirella”, direbbe Bergonzoni, che se non c’è, non si riesce nemmeno a partire. La ritualità di un battesimo bagnato a Barbera, la vicinanza di ogni minuto di quegli amici che, anche viaggiando in solitaria, sono sempre con me. Partire così. Dalla Romagna all’Arzibanda, per il gusto e la scommessa di farlo. Libri, cartine, un bagaglio leggerissimo. E lei, rimessa a nuovo con la maestria di Gaetano della Clinica del ciclo, battezzata stasera, Nylon (detta Clarissa), pronti per quei 400 e spiccioli chilometri che ci aspettano.
“E io brindo, a chi è come me, al Bar della rabbia!”
Le rotelle sono fuori posto